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Julia Musariri medica in Zimbabwe: «Decisivo l’empowerment delle ragazze»

Julia Musariri è una medica e una manager sanitaria la cui tenacia e determinazione sono state essenziali perché il St Albert’s hospital restasse un solido punto di riferimento in una delle aree più complesse dello Zimbabwe (Africa meridionale). Parliamo della provincia rurale del Mashonaland Central, 200 chilometri a nord della capitale Harare, caratterizzata da profonda povertà e un alto tasso di violenza di genere e abusi sui minori. La dottoressa Musariri è la prima delle cinque “Women in Zimbabwe” che vogliamo presentare: una donna che, grazie ad altre donne, ha compreso e saputo sviluppare il proprio potenziale, e che è ora convinta che l’empowerment delle ragazze sia l’azione chiave perché lo Zimbabwe possa progredire.

di Eleonora Aralla e Loredana De Vitis
immagini per gentile concessione di Julia Musariri, commentate di suo pugno

Nata in una famiglia di agricoltori nella missione cattolica di Monte Cassino a Macheke, Musariri è stata prima un’insegnante, poi un’infermiera, per raggiungere infine l’obiettivo di diventare una medica. Oggi il suo lavoro va ben al di là dell’esercizio della professione. Come ci ha spiegato, il St Albert è un district hospital, «il governo paga gli stipendi del personale, fornisce alcune medicine e finanzia una parte delle spese di gestione dell’ospedale», ma lei si occupa – oltre che della pianificazione e dello sviluppo di programmi di prevenzione – di amministrazione e di fundraising (per l’acquisto di medicine, carburante, forniture alimentari, biancheria, strumentazione, ambulanze, personale, attrezzature per i progetti sia sanitari che agricoli), di supervisionare lo staff, di progetti clinici e di ideare azioni per ottenere ulteriori introiti necessari. Inoltre è consulente della Diocesi «su questioni di salute e per la formulazione e lo sviluppo di politiche anti-HIV per l’intero territorio».

La Diocesi in questione è quella di Chinhoyi. Musariri fa parte della AFMM“Associazione Femminile Medico Missionaria”, all’interno della “International Medical Association”. L’associazione venne fondata in Italia nel 1954 da Adele Pignatelli, una medica romana che faceva parte del “Movimento dei laureati cattolici”, con il supporto di Monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI. Chi entra a far parte dell’associazione fa voto di obbedienza, povertà, castità e vita missionaria. Proprio l’incontro con alcune donne della AFMM ha dato a Musariri il la per cominciare il suo percorso.

immagine per gentile concessione di Julia Musariri, commentata di suo pugno

«All’età di 17 anni non avevo mai visto un medico, solo una suora infermiera al dispensario, che conosceva come fare molte procedure. Un giorno nella nostra missione arrivarono due suore, venute solo per migliorare il loro inglese. Mi fu detto che erano destinate all’“All Souls Mission Hospital” per lavorare come infermiere, erano missionarie. Avrebbero lavorato con le dottoresse che erano già lì: Luisa Maria Guidotti, Mariaelena Pezzarezzi e Maria Grazia Buggiani, e con suor Caterina Savini, che era infermiera. Erano della AFMM».

Siamo alla fine degli anni 1960. Di famiglia d’antica origine nobiliare, Luisa Guidotti (Mistrali) si era laureata in Medicina e specializzata in Radiologia; dopo essersi unita alla AFMM fu inviata in Rhodesia, l’attuale Zimbabwe. Nel 1965 la minoranza bianca aveva deciso unilateralmente di dichiarare l’indipendenza dal Regno Unito, dando il via alla guerra civile. Nel 1969 Guidotti aveva cominciato a lavorare all’ospedale “All Souls” a Mutoko, area rurale a nord-ovest di Harare. Qui aveva anche raccolto fondi tra gli amici italiani per trasformare l’ospedale da un insieme di capanne a una struttura di mattoni.  

«Queste donne, che avevano lasciato le loro confortevoli case perché desideravano servire la mia gente, mi affascinarono. Al tempo frequentavo la prima superiore, con voti medi. Delle due missionarie persi a lungo le tracce. Tra il 1972 e il 1974, studiai allo United College of Education per diventare insegnante di scuola primaria. Dopo aver completato il corso col massimo dei voti cominciai a lavorare in una scuola mixed race a Esigodini in Matabeleland, dove la maggior parte degli studenti aveva alle spalle storie di abusi in famiglia. C’era un gruppo particolare di bambini che faceva dispetti alle insegnanti. Un bambino coloured [meticcio, ndr] – si chiamava Heath – continuava a disturbare il resto della classe, dicendo “chi mi ha dato la mia maleducazione, mia mamma nera o mio papà bianco?”. Un giorno strappò alcune pagine dal suo quaderno dei compiti e da quello di un compagno. Mi arrabbiai molto. Lo punii così severamente che, da quel momento, il ragazzo fu molto spaventato persino a starmi vicino. Gli chiesi scusa, ma non bastò per recuperare la relazione tra noi. Mi dissi che quello non era il mestiere per me».

Il termine “coloured” in Zimbabwe fa riferimento a una categoria razziale che stava ‘tra’ bianchi e neri, in termini economici, politici e sociali. Essere di razza mista, nella cultura coloniale, significava incarnare la temuta ‘mescolanza’ [1] che sfida i confini tra le razze. Fino all’inizio del Ventunesimo secolo, la proporzione tra uomini bianchi e donne bianche nella colonia britannica era di tre a uno, il che rappresentava un problema in termini di relazioni sessuali: queste divennero presto interrazziali, e le donne nere venivano spesso abusate dagli uomini bianchi.

Vista attraverso la lente razzista della società coloniale, la sessualità depravata delle donne africane provocava gli uomini. La colpa degli abusi era, quindi, attribuita alle donne. Un bambino coloured nasceva per questo con un grosso peso sulle spalle, i bambini coloured non avevano praticamente alcun posto nella società: troppo bianchi per essere neri, troppo neri per essere bianchi. La frase del piccolo Heath lo esprime in poche, accurate, beffarde parole.
Deve essere stato difficile per un’insegnante giovane e inesperta come Musariri affrontare i complessi sottesi conflitti di quel genere di classe: si trovava a dover affrontare sfide ben al di là di qualunque formazione ricevuta.

«Ho sempre voluto diventare infermiera, anche se i miei genitori non ne erano entusiasti. Mi dicevano “Le uniformi sono bianche e pulite, ma il lavoro è molto sporco. Dietro le apparenze, le infermiere sono donne moralmente depravate”. Comunque, nonostante l’opposizione dei miei, decisi di candidarmi a un corso per infermiere».

Nel pieno della guerra civile, nel giugno 1976, Luisa Guidotti Mistrali venne arrestata dalla polizia rhodesiana per aver curato un presunto guerrigliero e rischiò l’esecuzione, evitata anche grazie alle pressioni del Vaticano. Ma il 6 luglio 1979, tornando dal Nyadiri hospital, dove aveva accompagnato una donna con un travaglio complicato, venne fermata a un posto di blocco a Lot e ferita a morte. Anni dopo, nel 1983, le è stato intitolato l’ospedale All Souls e, su iniziativa della Diocesi di Harare, avviato il processo di beatificazione.

«Fu una tragedia. La povera gente di Mutoko aveva perso l’unico dottore che la capiva e se ne prendeva cura appassionatamente. Decisi che volevo far parte dell’AFMM, per poter servire i malati come faceva lei. L’“All Souls” era irraggiungibile a causa della guerra in corso. Le lettere indirizzate a Luisa furono portate a Roma dalla dottoressa Elizabeth Tarira e dalla dottoressa Rosalba Sangiorgi. Tra queste, anche la mia. Nel frattempo avevo abbandonato l’insegnamento e avevo iniziato il programma di formazione per diventare infermiera presso l’Harare Central Hospital, ora Sally Mugabe Hospital. Nel settembre 1979 ricevetti la loro risposta. Diceva solamente: “Se sei sempre dello stesso avviso, vieni a Roma”. Lasciai il programma e partii per Roma, nonostante avessi avuto risultati eccellenti agli esami sostenuti fino a quel momento. Decisi di andare a Roma per per far parte dell’AFMM nel 1980, il 3 marzo. A casa erano euforici, tutti avevano votato per la prima volta e l’indipendenza dalla Gran Bretagna era alle porte». 

Musariri giunse così all’ospedale San Giovanni in Laterano. Tre mesi più tardi capiva e parlava un italiano-base.

«A Roma incontrai la fondatrice. Mi disse che le sarebbe piaciuto che entrassi a Medicina, ma rifiutai, perciò mi mandò alla scuola d’infermeria. Dopo tre anni, passai gli esami a pieni voti. Nel 1985 tornai in Zimbabwe per lavorare in vari ospedali missionari; passai solo un breve periodo al St Albert’s nel 1985 prima di andare all’ospedale missionario di Chitsungo. Fare l’infermiera mi dava grande soddisfazione, ma mi mancava qualcosa: la capacità di aiutare le madri con travagli complicati. Non potevo effettuare tagli cesarei e dovevamo trasferire tutti i casi di travaglio con complicazioni all’Harare Central Hospital. Nel 1992, poco prima di andare in ferie, fui invitata a Roma dalla dottoressa Adele, che mi suggerì nuovamente di studiare Medicina. Questa volta accettai. Ero più grande di qualunque altro studente all’Università di Tor Vergata. Mi iscrissi all’esame d’accesso. Tra mille e più candidati, l’università poteva accettarne solo 150. Controllai i risultati sulla bacheca. Ero la numero 152, ma alcuni studenti rinunciarono. Perciò fui chiamata e così iniziai la mia formazione per diventare medica».

Ci sono state difficoltà dovute al fatto d’essere una donna?

«In passato la medicina era considerata una carriera maschile. Nella nostra società patriarcale è ancora comune che si pensi ad alcune professioni come esclusivamente maschili. La medicina è una di queste. Tuttavia incontrare le mediche dell’AFMM aveva avuto su di me una profonda influenza, e mi aveva spinta a pensare che donne e uomini avessero le stesse opportunità. Mi avevano spronata ad affrontare le difficoltà linguistiche, culturali, le lunghe ore di viaggio verso l’Università, gli inverni freddi e le estati umide. Fu un esperienza che mi cambiò la vita, modificando completamente il mio modo di pensare. Mi piacerebbe che succedesse lo stesso ai genitori di molte ragazze. Oggi ho la possibilità di educare persone giovani a perseguire i propri sogni. Il cielo non è più il confine, possiamo andare oltre. È possibile, per le donne, fare meglio di chiunque altro».

Il Mashonaland Central, dov’è collocato il St Albert, è un vero e proprio hotspot per la cosiddetta Sexual & Gender Based Violence (SGBV). I dati dello studio “Extended Analysis of Multiple Indicator Cluster Survey (MICS) 2014: Child Protection, Child Marriage and Attitudes towards Violence” riportano il Mashonaland Central come la zona con la più alta percentuale di donne (50%) tra i 20 e 24 anni sposate prima dei 18 anni.

I servizi sanitari e sociali nell’area sono limitati, e la percentuale di abbandono scolastico molto alta. Lo studio, in particolare per le ragazze, non è considerato una priorità, dal momento che nella cultura tradizionale il ruolo di una donna è essenzialmente subordinato e di cura. La povertà generalizzata e l’insicurezza alimentare contribuiscono a esacerbare la situazione; i bambini, specialmente le bambine, sono costretti ad abbandonare presto gli studi e spesso a cominciare a lavorare, perché le famiglie non possono affrontare i costi delle tasse scolastiche. Le credenze arcaiche, ancora profondamente radicate, aggravano ulteriormente il quadro: il benessere dei bambini non è una priorità, e spesso sono vittime di incuria e abusi.

Il CAFOD, l’organizzazione per cui lavora Eleonora, supporta il St Albert da 14 anni, ed è attualmente partner dell’ospedale nel programma Putting Children First (ora nella quarta fase di implementazione), che utilizza fondi messi a disposizione da Caritas Australia e dal governo australiano; gli interventi mirano al miglioramento della protezione dei diritti dell’infanzia. Uno degli obiettivi principali del programma è quello di avere un’influenza positiva sul comportamento delle famiglie e della comunità, sfidando le credenze e le pratiche come i matrimoni precoci attraverso la diffusione della conoscenza e della consapevolezza sulla violenza di genere, le dinamiche di genere, la genitorialità positiva e i metodi alternativi alle punizioni fisiche. Si lavora principalmente con i genitori dei bambini più piccoli, ma anche con i membri della comunità più in generale. Le famiglie sono inoltre incoraggiate a utilizzare i propri introiti per far studiare i bambini e soprattutto le bambine, le prime ad abbandonare la scuola a causa delle gravidanze precoci oppure semplicemente quando il denaro per le tasse scolastiche non c’è. 

Per una ragazza in Zimbabwe, specialmente in quest’area, dove a volte si deve combattere anche soltanto per avere più di un pasto al giorno, compiere 18 anni senza aver avuto una gravidanza e avendo completato il ciclo di studi secondario è già un risultato.

immagine per gentile concessione di Julia Musariri, commentata di suo pugno

Come è stato studiare Medicina in Italia?

«Entrai a Medicina all’età di 29 anni. Dieci anni più grande di qualunque altro studente, ragazzi che erano appena usciti dalle superiori. Non c’era da meravigliarsi che mi chiedessero cosa avessi fatto fino a quel momento. Gli italiani sono pazienti con chi sta imparando la loro lingua. La mia prima amica si chiamava Sonia, una ragazza coi capelli rossi e le lentiggini, espansiva e sempre pronta ad aiutare. Lei mi presentò alle sue cinque amiche: Flavia, due Monica e due Roberta; mi adottarono nel loro gruppo, condividevano sempre gli appunti con me. Non sentii il tanto temuto isolamento né la segregazione. Lavorai sodo per ottenere la laurea nei sei anni previsti. Avevo voti medi, ma la cosa non m’impensieriva. L’importante per me era poter tornare e prestare servizio alle moltissime donne e ai bambini che non avevano mai visto un medico nella missione. Pensavo che se giovani persone dotate come Luisa Guidotti, che veniva da una famiglia agiata, potevano lasciare le comodità della propria casa per venire nello Zimbabwe rurale a prendersi cura dei nostri malati, perché io non potevo fare altrettanto? Mi laureai il 13 aprile 2001. Tornai in Zimbabwe per fare il tirocinio presso l’Harare Central Hospital. Completati i due anni, fui mandata al St Albert’s».

il giorno della laurea in Medicina, immagine per gentile concessione di Julia Musariri

Finalmente, Musariri divenne medica.

«Finalmente prestavo servizio come medica. Ero in grado di effettuare operazioni chirurgiche, specialmente tagli cesarei. Non avevo più bisogno di trasferire pazienti con complicazioni ad Harare. La dottoressa Neela Naha, una ginecologa specializzata in ostetricia, mi preparò alla gestione di casi complessi. Alcune colleghe, mentre ero in Italia, mi avevano consigliato di sposarmi, prendere la cittadinanza italiana e rimanere. Ma la verità è che io non scambierei ciò che ho con nient’altro. Oggi sono ancora al St Albert’s, mi occupo dei pazienti ambulatoriali, mentre i dottori più giovani si dedicano alle operazioni chirurgiche a al resto del lavoro. La Diocesi di Chinhoyi mi ha chiesto di diventare la coordinatrice dei loro ospedali, e sono la Sovrintendente Sanitaria del St Albert’s».

Il St Albert’s Mission Hospital è nato nel 1964 ed è gestito da suore domenicane. Aveva inizialmente 85 posti letto. Nel 1985 è divenuto un district hospital, e ora ha 140 letti; è al servizio di un’area con una popolazione è di circa 134.295 persone. Ogni anno ospita 5mila pazienti, ne cura 40mila e assiste la nascita di circa 2.600 bambini malgrado la limitata tecnologia disponibile. Nonostante innumerevoli difficoltà, l’ospedale fornisce farmaci antiretrovirali, porta avanti un programma di cure a domicilio per aiutare le famiglie a occuparsi di familiari disabili o con patologie croniche (soprattutto HIV) e paga le tasse scolastiche per centinaia di orfani. Per far fronte alla sempre crescente crisi economica e alla conseguente insicurezza alimentare, nel 2000 l’ospedale ha avviato un progetto di allevamento (capre, polli e maiali), in modo da provvedere ai pasti per i pazienti e, con il ricavato delle vendite del surplus, pagare i lavoratori del progetto.

Il suo lavoro deve essere davvero arduo in un contesto così difficile dal punto di vista economico e politico. 

«Da medici, abbiamo bisogno di tutti gli strumenti del mestiere per fornire le migliori soluzioni di cura ai malati. Ma guardare il nostro ospedale è demoralizzante, perché gli strumenti del mestiere sono obsoleti. I miei collaboratori e colleghi vorrebbero finalmente usare tecnologie digitali in tutti i campi. Ma in lavanderia la lavatrice e il rullo da stiro non funzionano più; il chirurgo si lamenta costantemente del macchinario per l’anestesia; nella camera mortuaria non si riescono nemmeno a conservare i cadaveri (per mancanza di elettricità, ndr). La lista è infinita. I molti benefattori che avevamo negli anni 2000 per i programmi a sostegno della prevenzione e cura dell‘HIV/AIDS sono passati ad altri distretti; le mediche dell’AFMM sono anziane e hanno bisogno di cure e non sono più in grado di raccogliere fondi come facevano in passato. Perciò continuiamo a utilizzare quello che qualunque altro dottore benintenzionato preferirebbe non usare, perché le nostre risorse non ci permettono di acquistare nuovi strumenti. Purtroppo abbiamo fatto troppo affidamento su fondi di donatori esterni, grazie alla presenza di missionarie espatriate dell’AFMM che lavoravano con noi, che potevano far conoscere e supportare la causa del St Albert’s. I loro parenti e amici raccoglievano fondi per il loro lavoro. È per questo che abbiamo ancora macchinari degli anni ’90».

E il COVID deve aver complicato ulteriormente le cose.

«L’effetto più immediato è stata una riduzione significativa del flusso di pazienti, in particolare donne in gravidanza, e il conseguente aumento di parti in casa, con tutti i rischi che questi comportano. Abbiamo dovuto chiudere gli ambulatori per far spazio a un piccolo reparto COVID, con quattro letti. Il reparto di Salute Infantile e Familiare e gli ambulatori al momento sono nello stesso spazio. I dispositivi di protezione personale, incluso le mascherine, i guanti e i grembiuli sono inadeguati e insufficienti; tuttavia noi cerchiamo di continuare a fornire il nostro servizio».

Il St Albert sembra avere una particolare attenzione per la salute delle donne: salute delle madri, screening per il cancro della cervice e del seno e altro. Si tratta di una scelta deliberata, strategica?

«Dopo aver notato la prevalenza di travagli con complicazioni, le dottoresse Elizabeth Tarira e Neela ebbero l’idea di migliorare la salute materna. Costruirono una casa maternità, che poteva ospitare fino a 45 donne in stato avanzato di gravidanza, ma presto dovettero estenderne la capacità a 105. Le donne potevano venire a stare vicino all’ospedale nelle ultime due o tre settimane, e avere così rapido accesso all’assistenza e alla sala operatoria in caso di bisogno, per assicurare il benessere sia della madre che del bambino. Nel distretto di Centenary c’erano giovani donne con fistole vescico-vaginali, tumori mammari e al collo dell’utero in stato avanzato; c’era bisogno di intervenire su tutti questi problemi. La prevenzione della trasmissione materno-infantile dell’HIV fu introdotta dalla dottoressa Tarira grazie al supporto dell’ONG italiana Cesvi di Bergamo, usando una dose singola di Nevirapina. Takunda, il primo bambino la cui madre si era offerta volontaria per l’assunzione di Nevirapina, nacque negativo all’HIV; adesso ha 20 anni. Quella fu una pietra miliare per il St Albert’s. La terapia tripla per le donne positive al virus fu introdotta nel 2004, e successivamente fu introdotto anche il trattamento per i loro partner. La dottoressa Neela si occupava dello screening per il cancro al collo dell’utero attraverso l’ispezione visiva con acido acetico; recentemente abbiamo anche aggiunto una microcamera, con l’aiuto di Darrell Ward e del dottore Lowell Schnipper della fondazione Better Healthcare for Africa, cosa che ha rappresentato un enorme passo avanti. Attualmente i programmi di screening per il tumore al seno e al collo dell’utero sono stati allargati dal governo a tutti i distretti».

La storia di Takunda (‘nato libero’ in shona, la più diffusa lingua bantu del paese) si può leggere qui: On the children’s side – Cesvi Onlus – Cooperazione e Sviluppo. Nel 2001 il Cesvi aveva appena iniziato a lavorare nella lotta all’AIDS proprio in Zimbabwe, uno dei paesi più colpiti. In quegli anni una donna su tre era HIV-positiva, e generalmente aveva possibilità di sopravvivenza molto scarse. Il Cesvi cominciò le sperimentazioni farmacologiche con la Nevirapina. La madre di Takunda fu sottoposta al trattamento e monitorata. Il 9 maggio 2001 Takunda nacque libero dall’AIDS. [2]

Ha mai pensato di cambiare mestiere?

«Il mio lavoro come medica in un ospedale missionario mi ha dato grandi soddisfazioni. Ci trovo Dio dentro. Altrimenti sarei stata una delle tante donne della mia età che si sono sposate da giovanissime e non hanno combinato nulla con la loro istruzione primaria o secondaria. Sono anche in debito con i miei genitori, che hanno sacrificato il loro tempo e il loro denaro per cercare di fare la differenza per i loro 13 figli. Dopo la pensione vorrei dedicarmi all’agricoltura. Ho dato vita a un progetto di allevamento di pollame per la produzione di uova, di pesce e capre, ho rimesso in piedi quello di maiali; ho piantato un’area di circa un ettaro con fagioli per la vendita, in modo da ottenere fondi, di cui l’ospedale ha estremo bisogno. Questi progetti sono in fase iniziale, ma sono ottimista».

In Zimbabwe le pensioni statali sono bassissime; nella maggior parte dei casi sono a malapena sufficienti a coprire i costi base della vita, vista la rampante inflazione. È molto comune che si faccia affidamento su piccoli introiti extra come i piccoli allevamenti di bestiame. Qualcosa che può apportare significativi miglioramenti della dieta quotidiana (uova, carne bianca, latte di capra – molto nutriente), come pure consentire vendite o scambi per guadagnare qualcosa. 

Julia Musariri a lavoro: immagine per gentile concessione del St Albert Hospital

Lei lavora quotidianamente in un contesto molto complesso; dal punto di osservazione di una lavoratrice in prima linea, quali sono le principali battaglie da combattere? Quelle che, una volta risolte, potrebbero avere a cascata ulteriori risultati positivi? 

«Sono convinta che, se lavoriamo sull’empowerment delle bambine possiamo fare molta strada. Le ragazze di oggi saranno madri domani, incaricate dell’educazione dei figli. E le professioniste del futuro. È doloroso vedere giovani ragazze divenire madri, a causa di diverse circostanze. I diritti dei bambini, specialmente delle bambine, sono lo snodo cruciale per raggiungere l’emancipazione delle donne africane e (e zimbabuane)». 

Se dovesse indicare qualcosa di importante da far conoscere del suo lavoro, quale sarebbe? C’è un piccolo progetto che possiamo contribuire a realizzare?

«Un progetto che potrebbe potenzialmente generare introiti ed essere sostenibile sarebbe l’allargamento dell’attuale allevamento ittico o di quello di pollame, i cui prodotti possono essere venduti – uova e pesce – e, con quel denaro, possiamo pagare alcune delle spese che non siamo in grado di coprire al momento. Dal punto di vista medico, abbiamo bisogno di un moderno monitor multiparametrico per la sala operatoria, specialmente per i tagli cesarei».

Donazioni possono essere inviate tramite bonifico bancario a:
Stanbic – Minerva Branch
account number 9140001107576
BIC-code: SBICZWHX
o attraverso Better Healthcare for Africa:
Donate to BHA – Better Healthcare for Africa
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[1]
The Chronicle, 12th February 2000
‘Joshua Cohen walks down memory lane’, Parade, August 1999.
Robert J.C. Young, Colonial Desire: Hybridity in Theory, Culture and Race, (Rutledge, London, 1995, p. 5)

[2]
On the children’s side – Cesvi Onlus – Cooperazione e Sviluppo
Mother and child | World news | The Guardian

Doctor Julia Musariri: “The key action for Zimbabwe is empowering girls”

She is a doctor and a health-manager whose tenacity and determination helped St Albert’s hospital remain a solid point of reference in one of the most difficult areas of Zimbabwe (Southern Africa), the rural province of Mashonaland Central, 200km North from the capital, Harare. The area is plagued with poverty, high rates of gender-based violence and child abuse. Julia Musariri is the first of the five “Women in Zimbabwe” we want the world to meet: a woman who was enabled by other women to understand her own potential and act on it, and who is now convinced that empowering women is the key action her homeland needs to progress. She kindly accepted to answer our questions.

by Eleonora Aralla and Loredana De Vitis
pictures kindly provided by Julia Musariri, commented by herself

Born into a family of smallholder farmers in the Catholic Mission of Monte Cassino in Macheke, Musariri has been a teacher, then a nurse, and finally managed to achieve her objective of becoming a doctor. As Musariri explained, St Albert is a district hospital and «the government pays the salaries of the staff, provide some drugs and pays a part of the hospital’s running costs»; however today her work, aside from planning and implementing disease prevention programmes, also focuses on administration and resources mobilisation (finding funds for medicines, fuel, food provisions, linen, utensils, ambulances, manpower, hospital and farm project equipment), supervision of staff, clinical and income generation projects; in addition, she is involved in «advising the Diocese on health matters, formulating and implementing HIV policies for the country».

The Diocese is Chinhoyi. Musariri is a member of the AFMM“Associazione Femminile Medico Missionaria” (Female Medical Missionary Association), within the “International Medical Association”. The organization was founded in Italy in 1954 by Adele Pignatelli – a doctor from Rome member of the Catholic Graduates Movement – with the support of Monsignor Giovanni Battista Montini, who then became Pope Paul VI. The members take the vows of obedience, poverty, chastity and missionary life. It was indeed a meeting with some AFMM’s women that triggered her journey.

picture kindly provided by Julia Musariri, commented by herself

«At the age of 17, I had never met a doctor in my life, only a nun nurse at the dispensary who knew how to perform many procedures. One day two Italian nurses arrived at our mission, just to polish their spoken English. I was told that they were going to “All Souls Mission Hospital” to work as nurses, because that is what they were – missionaries. They would be working with female doctors who were already there: Dr Luisa Maria Guidotti, Dr Mariaelena Pezzarezzi and Dr Maria Grazia Buggiani and Sr Caterina Savini, who was a nurse. They belonged to AFMM».

We are at the end of the 1960s, and our attention must focus on one name: Luisa Guidotti (Mistrali). From a family of old noble descent, Guidotti graduates in Medicine and specializes in Radiology; after joining AFMM she is sent to Rhodesia, now Zimbabwe. In 1965 the white minority in the country decided to unilaterally declare independence from the United Kingdom,  waging civil war in the country. Guidotti starts working at the “All Souls” Hospital in Mutoko, a rural area north-west of Harare, in 1969. Here, whilst she practices medicine, she raises funds amongst Italian friends and turns the hospital from a few huts into a functional brick walled facility.  

«This group of women, who wanted to give service to my people having left their comfortable homes, intrigued me. The two Marias eventually left for their mission and I lost track of them for a long time. I was an average student in Form Four then. Between 1972 and 1974 I trained as a primary school teacher at United College of Education. I completed my course with flying colours and I got a post for teaching at a mixed race school in Esigodini Matabeleland, where most pupils had a diverse history of harassment in their families. They were a special group of children, who played tricks with teachers. A coloured child – Heath was his name – kept annoying the rest of the class, and would say “who gave me the rudeness I have’ my black mother or my white father”. One day, the boy had pulled out pages from his and his neighbour’s homework book. I got rather angry; I punished him so harshly that afterwards he was very afraid even of just being near me. I regretted my impulsiveness. I asked for forgiveness, but that did not mend my relationship with the child. I then told myself that was not my profession».

The term “coloured” in Zimbabwe defines a particular racial category that was ‘in-between’ whites and blacks in economic, political and social terms. Being of mixed race, in the colonial culture, embodied the dreaded ‘miscegenation’ [1], defiance of racial boundaries that were at the core of colonial society. Until the beginning of the twenty first centuries, the ratio between white males and white females in the colony was three to one; there was therefore an evident problem in terms of sexual relationships, which soon became interracial, with black women often forced by white men to have sex with them.

In the racist eyes of colonial society, African women’s sexuality and its depraved nature lured white men, and the blame was therefore placed on the women, rather than on the predatory acts of the men who would use their power to coerce them. Being a coloured child, therefore, came with a lot of baggage; coloured children, especially in the past, could be seen as not belonging anywhere in society, too white to be ‘fully black’, and too black to be ‘fully white’. And Heath’s sentence perfectly condenses all of this in a few, accurate albeit caricatural words.

It must have been difficult for a young and inexperienced teacher like Musariri to deal with the complex underlying conflicts in that sort of class, which presented challenges that went well beyond any training she could have gotten as a teacher in those years.

«I always wanted to be a nurse, though my parents were not keen. They told me that “Uniforms are white and clean, but the work is very dirty. Besides, nurses are women who are morally depraved”. However, despite my parents’ opposition, I decided to make an application for training as a nurse».

We are in the middle of the civil war. In June 1976, Luisa Guidotti Mistrali gets arrested by the Rhodesian police for having treated a supposed wounded guerriglia fighter, and she risks being executed. She is then released, also thanks to significant pressure by the Vatican, and resumes her work at the All Souls. On the 6th of July 1979, on her way back from accompanying a pregnant woman with a complicated labour to the Nyadiri hospital, she is stopped at a roadblock at Lot and fatally wounded. In 1983 the All Souls was renamed after her, and the beatification process is in progress upon request of the Diocese of Harare.

«It was a tragedy. The poor people of Mutoko lost the only doctor who understood them and was serving them passionately. I resolved I wanted to be part of the AFMM, so that I could serve the sick like she did. “All Souls” was out of bounds, because of the war. Letters for Luisa were taken to Rome by the late Dr Elizabeth Tarira and Dr Rosalba Sangiorgi. As they looked through these letters, they found mine. Meanwhile, I had left teaching and had started training as a nurse at Harare Central Hospital, now Sally Mugabe Hospital, in September 1979, when I received their reply that only said “If you are still of the same mind you can come to Rome”. I resigned from the nursing school and left for Rome, though I had done very well in my exams at school of nursing. I opted to go to Rome to be a member of the AFMM in 1980, on the 3rd March. At home they were euphoric, everyone had voted for the first time and independence from Britain was on the doorstep». 

Musariri arrives at the San Giovanni in Laterano Hospital. Three months later she could understand and speak basic Italian.

«In Rome I met the foundress; she said she would have liked me to enter medical school, but I declined. So she sent me to nursing school. After three years, I passed with very good marks. In 1985 I went back to Zimbabwe to work at different mission hospitals; I briefly joined St Albert’s in 1985 before going to Chitsungo Mission Hospital. Working as a nurse gave me great satisfaction and fulfillment, but something was lacking, the ability to help mothers with complicated labour. I could not perform Caesarean sections and we had to transfer all complicated maternity cases to Harare Central Hospital. In 1992, just as I was about to go on annual leave, I was invited to Rome by Dr Adele. She suggested again I get into the Faculty of Medicine. This time I agreed. I was older than any of the other students at Tor Vergata University of Rome. I enrolled for the entrance examination. Among a thousand and more candidates, the university could only take 150; I checked on the result sheet on the notice board, I was 152. But some students renounced, so I was called and I could start training to become a woman doctor».

Were there challenges linked with being a woman? 

«In the past medicine was considered a career for males. In our patriarchal society it is still common to think that some professions are only for men; this included the medical one. However, meeting the women doctors of AFMM had a profound influence on me and led me to believe that women and men have equal opportunities. They spurred me on to face the difficulties of language, culture, long hours of travel to university, cold winters and hot humid summers. It was a life changing experience, it completely shifted my mindset. I would like the same to happen for many parents of daughters. Today I can educate young people to pursue their dreams – the sky cannot be the limit anymore,  we can go beyond. It is possible for women to outshine anybody».

Mashonaland Central, where St Albert’s operates, is a hotspot for Sexual & Gender Based Violence (SGBV). The Extended Analysis of Multiple Indicator Cluster Survey (MICS) 2014: Child Protection, Child Marriage and Attitudes towards Violence reported that Mashonaland Central had the highest percentage (50%) of women age 20-24 married before age 18.

Social and health services in the area are limited, and rates of school dropouts high. Education, particularly for girls, is not perceived as a priority as the girls’ role in the traditional culture is mainly a caregiving, subordinate one. Generalized poverty and food insecurity exacerbate the situation; children, especially girls, are  forced to drop out early as their families cannot afford school fees and often forced to work. Deep rooted cultural beliefs aggravate the already dire situation, with children’s wellbeing not being prioritized and often becoming victims of neglect and abuse.

CAFOD, the organization Eleonora works for, has been supporting St Albert’s for over 14 years, and it’s currently partnering with the hospital on the Putting Children First programme (now in its 4th phase of implementation), with funds from Caritas Australia and the Australian Government; the intervention focuses on enhancing child rights protection. One of the main objectives of the programme is to positively influence community and household behaviour, challenging harmful cultural and religious beliefs and practices (like early marriages) through widespread targeted capacity building and awareness raising on GBV, gender dynamics, positive parenting and disciplining methods alternative to corporal punishment, particularly of parents of young children, but also of community members at large. Households are also encouraged to use the income to keep their children in school, especially girls, who are the first ones to drop out because of early pregnancies, but also as soon as school fees money becomes difficult to find. 

For a girl in Zimbabwe, especially in this area, where sometimes people struggle to have more than one meal a day, getting to her 18th birthday without having gotten pregnant and having completed her secondary school cycle is already an achievement.

picture kindly provided by Julia Musariri, commented by herself

How was the experience of studying Medicine in Italy? 

«I entered medical school at the age of 29 years. Ten years older than any other student, youngsters who had just come out of high school. It is no wonder they would ask me where I had been, being that old. Italians are patient with those who learn their language. The first friend I made was called Sonia, a red haired and freckled girl, outgoing and very helpful. She introduced me to her 5 friends, Flavia, two Monicas and two Robertas; they adopted me in their group and always shared their notes with me. I did not feel the dreaded isolation and segregation. I worked hard to get my degree in the 6 years required. I was an average student, but that did not worry me. The important thing for me was being able to go back and give service to the many women and children who had never passed through the hands of a doctor in the missions. I thought that if gifted young people like Luisa Guidotti, from a well to do family, could leave all her comforts to come to rural Zimbabwe to take care of our sick people, why could I not do the same? I graduated on the 13th of April 2001. I returned to Zimbabwe to do an internship at Harare Central Hospital. After I completed my two years, I was posted to St Albert’s Mission Hospital».

picture of the graduation kindly provided by Julia Musariri

Here, finally, Musariri is a woman doctor.

«I was now giving medical service. I could perform surgery, especially Caesarean sections. I no longer needed to transfer patients who had complications of labour to Harare. Dr Neela Naha, a gynecologist and obstetrician, also mentored me to handle complex cases. Some colleagues, whilst I was in Italy, had advised me to get married in Italy, get Italian citizenship and stay there. But the truth is I would not exchange what I have been able to do with anything else. I am still at St Albert’s Mission Hospital, doing Out Patients consultations, while the young doctors do the surgeries and all the other work. The Diocese requested me to be its Chinhoyi diocese’s hospitals coordinator as well as being the Medical Superintendent of St Albert’s».

St Albert’s Mission Hospital opened in 1964 and was run by Dominican nun nurses; it initially had 85 beds; in 1985 it became a district hospital, and now has 140 beds. Serving an area of about 134 295 people, every year it admits about 5,000 patients, treats about 40,000 outpatients and delivers about 2,600 babies, in spite of the limited technology available. Moreover, the hospital provides antiretroviral drugs, conducts a home-based care programme to help families care for loved ones with disabilities and chronic illnesses (especially HIV) and pays school fees for hundreds of orphans. In response to the ever increasing economic crisis and subsequent food insecurity, in 2000 the hospital started a farming project (goats, chicken and pigs) to provide nutritious food for hospital patients and, with the sale of the surplus, pay the farm workers.

Your work must have been really challenging given the harsh economic and political context. 

«As doctors, we need all the tools of the trade to provide the best solution for the sick. But when I look at our hospital, I get discouraged and disheartened, because the tools of trade are obsolete. My collaborators and colleagues would like to go digital in all spheres: Operation theatre, Radiology, Patient register, laboratory, laundry machines etc etc. But then I see the laundry, with the washing machine and iron roller that don’t even work anymore; the anesthetic machine that the surgeon is constantly complaining about; the mortuary that cannot even manage to keep the bodies cold. The list is endless. The many well wishers we had in the early 2000 for HIV/AIDS programme have switched to other districts; the AFMM has elderly doctors who need care and are unable to fundraise like they did in the past. So we continue to use what any well meaning young doctor would rather not, because the resources do not allow us to acquire new ones. Sadly, we have relied heavily on external donor funding, facilitated by the fact that we had some expatriate missionaries in AFMM working with us who could raise awareness and support St Albert’s cause. Their relatives and friends would fundraise for their work. That is why we still have the machines they bought in the 1990s».

And COVID must have complicated things even further.

«The most immediate effect was a significant reduction of patient flow, particularly pregnant women, and a consequent increase of home deliveries, with all related risks that they entail. We had to close the outpatient department to make room for a small COVID isolation ward, with four beds. The Family Child Health and OutPatients Department now share rooms for consultation. Personal Protective Equipment, including masks, gloves and aprons have been inadequate and insufficient; however we try to continue giving our service».

St Albert’s seems to have a special focus on women’s health (maternal health, cervical and breast cancer screening). Is it a deliberate, strategic choice?

«After Dr Elizabeth Tarira and Dr Neela noted the prevalence of complicated labour outcomes, they came up with the idea of improving maternal health. They built a mother’s waiting home, which accommodated 45 pregnant women, but they had to extend it to the capacity of 105 pregnant women. Women could come and stay near the hospital in the last 2 to 3 weeks of their pregnancies (in order to avoid last minute transport issues ed), for speedy assistance and have timely surgical intervention in time to ensure the wellbeing of both mother and baby. In the district of Centenary there were young women living with HIV and pregnant, vescico-vaginal fistulas, advanced cervical and breast cancers; interventions were needed for all these conditions. Prevention of Mother To Child Transmission was introduced by Dr Tarira with the help of the Italian NGO Cesvi from Bergamo, using single dose Nevirapine (used to treat HIV patients, ed). Takunda, the first baby whose mother volunteered to take the Nevirapine was born Negative; he is now 20 years old. That is an incredible milestone for St Albert’s. The triple therapy for the positive women was introduced in 2004 and we then introduced treatment of their male partners too.Dr Neela did screening of cervical cancer through Visual Inspection with acetic acid (VIA); we have now added a micro-camera with the help of Mr Darrell Ward and Dr Lowell Schnipper from Better Healthcare for Africa – this was a significant a step ahead. Today cervical cancer and breast cancer screening  programmes have been rolled out to all districts by the government».

The story of Takunda (‘born free’ in shona, the most common bantu language in the country) can be read here: On the children’s side – Cesvi Onlus – Cooperazione e Sviluppo. In 2001 Cesvi had just started working to fight AIDS in Zimbabwe, one of the most stricken countries. At the time one in three women was HIV-positive, and generally had very scarce chances of survival. Cesvi started the Nevirapine pharmacological trials. Takunda’s mother received treatment and counselling. On May 9th 2001 Takunda was born free of AIDS. [2]

Have you ever thought of leaving?

«My work as a Mission Hospital Doctor in rural Zimbabwe gave me great satisfaction. I feel that God is in it. Otherwise I would have been one of the many women of my age who got married at very young ages and achieved nothing with their primary or secondary education. I also am indebted to my parents who sacrificed a lot of their time and money in order to make a difference with their 13 children. In my retirement I wanted to turn to farming. I have started a poultry project for eggs, a fish project, a goat rearing project, revived the piggery and planted an area of near hectare with caster beans for sale, in order to get some much needed funds for the hospital. The projects are at the start but I am optimistic about them».

In Zimbabwe state pensions are negligible; in most cases they are far from being sufficient to cover basic cost of living, in a country with rampant inflation. It’s very common for people to rely on small sources of extra income like small livestock rearing. That provides valuable additions to their diet (with eggs, chicken meat, goat meat and milk – which is very nutritious) as well as enabling them to sell (or exchange) the surplus and earn something. 

Julia Musariri at work: picture kindly provided by St Albert Hospital

You operate daily in a very complex context; which, in your view as a front-line worker, are the main challenges that should be prioritized for resolution? And that, once resolved, would cascade positive results in other areas? 

«I personally think if we empower the girl child, we will have gone a long way. Girls of today will be the mothers of tomorrow, in charge of children’s education. They will also be the professional women of the future. It is painful to see young girls becoming mothers due to diverse circumstances. Child rights, particularly the girl child, are a crucial pivot towards achieving the emancipation of the African (Zimbabwean) woman». 

If you had the opportunity to let the world know something about your job, what would that something be? Is there a small project that we can contribute to achieving?

«A project that has potential for income generation and sustainability would be an expansion of the current fish project or the poultry project, where we can market the proceeds – eggs and fish – and, with the money, we can meet some of the expenses we are failing to meet today. The fish and poultry are doing well and promising to be helpful. We want to be self-sufficient. On the medical side, we are in need of a modern multi-parameter patient monitor for our operation theatre, especially for C-sections».

Donations can be sent to the bank account:
Stanbic – Minerva Branch
account number 9140001107576
BIC-code: SBICZWHX
or through Better Healthcare for Africa:
Donate to BHA – Better Healthcare for Africa
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[1]
The Chronicle, 12th February 2000
‘Joshua Cohen walks down memory lane’, Parade, August 1999.
Robert J.C. Young, Colonial Desire: Hybridity in Theory, Culture and Race, (Rutledge, London, 1995, p. 5)

[2]
On the children’s side – Cesvi Onlus – Cooperazione e Sviluppo
Mother and child | World news | The Guardian

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